Storia di un combattente della Volante Rossa

volante rossaMassimo Recchioni
Ultimi fuochi di Resistenza
Storia di un combattente della Volante Rossa
Prefazione di Cesare Bermani
pagg. 160
€14
Editore: Derive e Approdi

Il libro
La biografia di un importante militante della Volante Rossa, un’organizzazione di ex partigiani comunisti milanesi appartenuti alle brigate garibaldine che negli immediati anni del secondo dopoguerra decisero di non deporre le armi e di continuare una vigilanza e una concreta attività antifascista quotidiana. Insediati presso la Casa del Popolo di Lambrate, e legati da solidi rapporti affettivi oltre che ideologici, i militanti della Volante Rossa furono operativi fino al 1949, anno in cui la polizia riuscì a sgominarli definitivamente. Nel 1951 il processo a loro carico si concluse con ventitrè condanne comprensive di quattro ergastoli. I condannati alle massime pene riuscirono, con il sostegno del Partito comunista, a riparare in Cecoslovacchia. A sessant’anni dai fatti narrati, la testimonianza del protagonista di questo libro è un documento di eccezionale importanza storica.
Un racconto di stupefacente linearità e chiarezza, una vicenda umana che esemplifica le contraddizioni etiche di una militanza comunista immersa nella realtà sociale e politica dei paesi del blocco socialista negli anni della Guerra Fredda. Il protagonista, successivamente graziato, risiede tuttora in Slovacchia. In Cecoslovacchia ha vissuto in presa diretta l’invasione sovietica del 1968 e il crollo del blocco socialista del 1989. La sua riabilitazione sociale con la piena riacquisizione di tutti i diritti civili è stata recentemente confermata dal Tribunale di Milano suscitando un vespaio di polemiche negli ambienti occupati a operare una «revisione» della storia della Resistenza antifascista.

Massimo Recchioni è promotore dell’Associazione nazionale partigiani italiani e dell’Unione italiani nel mondo nella Repubblica Ceca.

un assaggio…
Dalla prefazione di Cesare Bermani

Questa memoria di Paolo Finardi, raccolta con il registratore «al tavolo di un caffè di Bratislava all’ombra dei platani» da Massimo Recchioni e da lui trascritta e trasformata in un lungo racconto, si aggiunge a una serie di altre memorie che negli ultimi trent’anni sono state raccolte, spesso con non poca fatica, tra i componenti della Volante Rossa. Queste memorie – portatrici di «verità» soggettive, che solo un attento lavoro di comparazione con altre fonti fa sì che possano essere utilizzate per una corretta ricostruzione storica degli eventi – permettono però spesso di calarsi nell’atmosfera dell’epoca.
Il racconto di Finardi – come quello degli altri – ha quindi l’indubbio merito di aiutarci alla ricostruzione di una storia che si opponga alle invenzioni mitologiche che sugli anni 1943-48 vengono fatte da politici e da storici che meglio sarebbe definire ideologi. Nonostante le convinzioni di Finardi rispetto a Leonardo Massaza (considerato una spia dell’Ovra) e a Eligio Trincheri (sospettato – con le informazioni di cui si era in possesso a quel tempo – di essere una spia infiltrata nella Volante Rossa) col passare degli anni si siano dimostrate non esattamente rispondenti alla realtà, esse ricreano le convinzioni e i sospetti di allora e per questo sono anch’esse fonti di primaria importanza per ricostruire la vicenda della Volante Rossa. Inoltre questa memoria di Finardi, rispetto a tutte le altre, che ricostruiscono solo gli anni del dopoguerra, ha il vantaggio di farci apparire la sua militanza nella Volante Rossa solo come un momento nella lunga vita di un militante comunista, e sia pure momento decisivo perché ha finito per determinarne il percorso.
La ricostruzione degli anni del dopoguerra è divenuta sempre più ad usum delphini, ignorando le fonti scomode alle tesi che si voleva sostenere. Il vecchio vizio di giocare a palla con la storia, che una volta avremmo definito «stalinista», sta diventando sempre più praticato anche nell’ambito di una presunta «sinistra» alla ricerca di una nuova identità. Non dimentichiamo che alle elucubrazioni di Gianpaolo Pansa sulla Volante Rossa ha aperto la strada Ugo Pecchioli che, delegato del Pds al Congresso di Fiuggi del Msi, quello in cui venne fondata Alleanza nazionale, a proposito di un ordine del giorno Tremaglia che distingueva antifascismo «dal volto umano» da quello «stalinista del Pci», alle spiegazioni di un delegato missino secondo il quale «quel documento non voleva mancare di rispetto ai vostri partigiani, riguardava solo coloro che continuarono le azioni anche dopo la guerra», il 28 gennaio 1995 non trovava di meglio che rispondere: «Anche noi ci siamo adoperati perché cessasse la violenza. Abbiamo condannato fenomeni come la Volante Rossa. I figli spirituali di chi si comportò in quel modo si ritrovarono nelle Br», avallando quindi proprio l’interpretazione mitologica che dell’azione della Volante Rossa diedero a suo tempo i militanti Br e che gli uomini della Volante Rossa hanno sempre respinto con ottime argomentazioni.
Sulla strada aperta da Pecchioli non sono poi mancati numerosi esempi di «falsa coscienza» degli anni del dopoguerra, per esempio il lavoro di Renzo Martinelli, Storia del Partito Comunista Italiano che copre il periodo dalla Liberazione al 18 aprile 1948 (e la periodizzazione prescelta, che taglia fuori l’attentato del 14 luglio a Togliatti, è già ben significativa di una scelta che non vuole fare i conti con l’intensa storia sociale di quegli anni). Esso si presenta non casualmente come un’analisi del Pci come macchina organizzativa e del suo rapporto con la politica e non con la società. E, sempre non casualmente, Martinelli si è proposto di trattare «il sovversivismo in modo sobrio. Non per evitarlo ma nell’ottica di una presa di distanza da polemiche e strumentalizzazioni». Non senza affermare che negli anni del dopoguerra «la doppiezza nasce dal fatto che il partito doveva fare i conti con origini e tradizioni rivoluzionarie» e che «la maggior parte degli iscritti inseguiva il mito della rivoluzione, piuttosto che avere chiari i compiti politici del Pci». Per cui, come dice in altra intervista del giorno precedente, compito del gruppo dirigente del Partito comunista sarebbe stato soprattutto quello di compiere uno «straordinario sforzo a fornire i primi elementari strumenti culturali a centinaia di migliaia di persone. Ma il problema del Pci non è solo quello di formare, elevare questi ceti sociali, c’è di più: deve riuscire a democratizzarli. I nuovi militanti infatti arrivano al partito sulla base di sollecitazioni molto diverse fra loro, sollecitazioni spesso cariche di elementi millenaristici, eversivi. Di qui la necessità di una lotta politica immediata contro l’estremismo e dall’altra di un lavoro culturale di più lunga lena: tutto quello sforzo che porta alla costruzione di una fitta rete editoriale e di scuole di partito».
Per cui la «doppiezza» non sarebbe dipesa soprattutto dal fatto di dovere scontrarsi con monarchici e qualunquisti (a loro si debbono tra l’altro gli attentati del 9 marzo 1946 contro Emilio Sereni e del 5 aprile 1946 contro Giuseppe Di Vittorio, a seguito di un assalto armato al Consorzio agrario e ai Magazzini generali di Cerignola), al fatto di dovere fronteggiare il costituirsi di decine di gruppuscoli neofascisti (spesso clandestini e paramilitari, che operarono numerosi attentati dinamitardi e aggressioni politiche), al fatto di dovere fronteggiare la nascita del Movimento sociale italiano (3 dicembre 1946), al fatto di fare i conti con la restaurazione operata dai democristiani e con l’azione degli americani in Italia, ma sarebbe dipesa dal vizio di origine del Pci, rappresentato dalle sue «tradizioni rivoluzionarie». Martinelli trascura che sono esistite da subito, già almeno dall’inizio del 1946, pericoli di restaurazione monarchica. E dimentica, per esempio, che nella riunione della direzione del Pci del 16 febbraio 1946, Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Giovanni Roveda e molti altri temono che si ritorni al passato. Ecco, per esempio, come si esprime Giuseppe Di Vittorio: «Quanto al colpo di Stato, la sua possibilità deve essere esaminata seriamente. […] Noi potremmo sviluppare anche una certa azione armata; noi abbiamo una qualche esperienza e possediamo quadri che ci possono permettere di far fronte al colpo di Stato». E pensa allo sciopero di massa coniugato con un uso difensivo delle armi. Tuttavia, citando proprio un mio vecchio lavoro sulla Volante Rossa, Martinelli può addirittura giungere a definirne i componenti come «terroristi», senza poi dire per esempio una parola sugli attentati dinamitardi neofascisti di quegli anni alle Case del popolo.
Queste vere e proprie aggressioni alla storia del Partito comunista – che finiscono anche per toccare le ragioni per le quali io ci ho militato dentro più di quindici anni – mi fanno quindi salutare con gioia memorie come quella di Finardi che si oppongono a quelle grottesche falsificazioni sul periodo del dopoguerra che consentono di parlarne con superficialità storica, alla Pansa per intenderci, e di discuterne da un punto di vista politico in termini strumentali.
Giustamente Paolo Finardi ha ricordato recentemente in un articolo che «se prendi un evento storico e lo sradichi dal suo contesto, quell’evento può sembrare completamente diverso».

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...