i lividi sulla mia coscia hanno la forma di una mappa dell’italia

scuola diaz genova 2001

 

by k.
scuola diaz – genova, italia – 21 luglio 2001

anti© k. 2001

prima edizione settembre 2001

traduzione italiana aprile 2003

questo libro può essere liberamente fotocopiato, riprodotto,
piratato, o quotato, ma per favore informatemi a:
flagsandcrows@ziplip.com

proprio quando i fantasmi cominciano a non perseguitarmi più, il cuore, le bombe cominciano a ticchettare…
nella notte di sabato, 21 luglio, 2001… e qui è quanto lontano riuscii ad arrivare quando domandai una penna in carcere… su una sgualcita busta di carta io scrissi: sabato, 21 luglio, 2001, scuola diaz… ora posso procedere in una vaga narrazione degli eventi benché abbia provato a raccontare la storia più e più volte ma l’orrore non si trova nella progressione generale bensì nei dettagli. lo sporco e il male sono nei dettagli… i dettagli… e penso che mi sto inventando le cose, che le sto fingendo, che le sto dimenticando e sto col desiderio di dimenticarle, ma questo evento si è preso uno spazio dentro di me. questi fantasmi, questi gnomi, stanno distruggendo, stanno perseguitando, stanno creando spazi vuoti… così a volte, nell’idea di compiere un esorcismo e di accennare dei riti funebri è necessario rendere queste creature ubriache e perdute e solo allora posso richiamare qualcosa di ciò che è accaduto, anche emozionalmente contando su questa cosa, terribile e inaffidabile, chiamata memoria. io non posso ritornare sulla scena del crimine, io non posso registrare una perfetta testimonianza perché sono posseduta da macchie vuote, questioni politiche, …lo sporco, la merda, il sangue, la paura. ma io proverò a rappresentare una specie di storia e a creare delle connessioni con le macchie vuote, con gli orrori condivisi e …quindi partire…

cominciando dalla notte del 21 luglio 2001 io e approssimativamente 93 altri siamo stati picchiati, mandati all’ospedale, arrestati illegalmente, detenuti e carcerati dalla polizia italiana, alla scuola diaz a genova, italia. ci hanno pestato e ci hanno pestato per bene. durante la notte anche adesso chiudo gli occhi e vedo il sangue all’interno delle mie palpebre, vedo ancora il sangue e sento l’odore delle radici dei denti rotti che marciscono nella ragazza che siede al mio fianco sul pavimento di cemento della cella. e penso a tutti gli scomparsi, a tutti i prigionieri politici che marciscono, ai torturati, ai condannati, a chiunque sia in intimità con l’interno di una prigione, a tutti quelli che sono stati iniziati ai manganelli e ai proiettili della polizia. e sono fortunata, davvero…

attraverso i balcani ed il mediterraneo
dopo aver viaggiato attraverso il mediterraneo, la turchia e l’europa dell’est per sei mesi d. ed io arrivammo a genova su un treno occupato con altre cinquecento persone dall’italia nord-orientale per manifestare contro il gruppo degli otto (g8). lungo la costa montuosa, prima della città, il treno ha viaggiato attraverso molti tunnel: c’erano lunghi periodi di oscurità, che si spalancavano alla vasta luce del mare e tutti gridavano. quando arrivammo la città si era svuotata dei genovesi. i negozi erano serrati e sbarrati con grate metalliche. il noioso ronzio, tipicamente italiano, dei motorini non c’era, ma i manifestanti erano ovunque, si erano impossessati della rete dei trasporti pubblici – i treni, gli autobus, le strade. dovunque c’era l’uniforme: i dread, le magliette del che, i fazzoletti e le sciarpe intorno al collo. per tre giorni, i giorni in cui c’erano le manifestazioni, 300.000 persone, che percorrevano chilometri di strade. che costruivano barricate di macchine in fiamme. fumo scuro correva su verso il cielo: strillando, caricando, picchiando, morendo… c’erano gli eroici che tra la gente raccoglievano i candelotti brucianti dei gas lacrimogeno con le mani nude, senza maschere. il fumo bianco si alzava in spirali alte nel cielo di nuovo indietro verso le linee della polizia; i palmi del lanciatore ustionati con un cerchio. sindacalisti di base lottavano insieme agli anarchici, altri si scontravano con il black bloc. i pacifisti danzavano per la rivoluzione e sedevano davanti ai bidoni della spazzatura che rotolavano. le banche bruciavano sotto gli edifici abitati con la gente che gesticolava dai balconi – gente sotto che urlava e indicava che i loro palazzi erano in fiamme. momenti stupidi, momenti assurdi. momenti di panico, di gente che viene calpestata, che corre – il sangue sui muri, non provocato solo dalla polizia. gli infiltrati, i fascisti…

il movimento della “globalizzazione”
foto 20 luglioe così adesso dove andiamo da qui, dopo un’altra grande manifestazione, dopo un altro incontro di potenti. sappiamo che il mondo si è ribaltato, sappiamo che il particolare ora è situato all’estremità del mondo, perciò tutto quello che è particolare (le comunità, la gente, i nostri propri corpi) sono seduti ai margini. così combattiamo contro la globalizzazione con la presunzione che esista una superiorità del particolare, ma dov’è il particolare sul campo della guerra globale? cittadini globali (attaccati ad internet, ai telefoni cellulari) si incontrano con i locali (organizzazioni politiche, unioni, individualità) alla prossima grande manifestazione ma che cosa succede allora alle altre persone particolari, ai senzatetto, agli affamati, ai vagabondi? … sto provando a pensare ma non riesco a organizzare su come muovermi, ci sono troppi dibattiti che si ripetono all’infinito… mi stavo disilludendo; è andata e molte persone stavano già lasciando la città messa a fuoco. genova, una necropoli, città dei morti e delle partenze. noi ce ne impossessiamo e lasciamo rifiuti sulle strade vuote. cartoni della pizza, volantini politici, le parti e i pezzi di un’armatura fatta di gommapiuma colorata. io volevo solo dormire e il giorno dopo d. e io avremmo deciso cosa fare: andare a casa, andare in spagna o in croazia, separarci. noi andiamo in una scuola dall’altra parte della strada rispetto al media center. ci sono dei computer e io posso spedire delle e-mail ai miei amici e dire loro che le manifestazioni sono finite e che sto bene. andiamo a dormire rannicchiati sul pavimento.

l’inizio e il pestaggio
mi sveglio per il rumore e qualcuno che strilla – polizia, polizia. il portone si apre un po’ – non lasciateli entrare, non lasciateli entrare. la porta è barricata e io mi metto addosso tutti i miei vestiti ma non riesco a trovare i miei calzini. metto tutte le cose nel mio zaino… con calma e distratta, voglio essere sicura di avere tutto – d., dico, stai dimenticando delle cose. lui dice – non è importante, le prenderemo più tardi. il rumore è troppo forte, stanno battendo da fuori, il legno della porta si sta spaccando… il legno si spezza aguzzo e violento. le finestre vengono spaccate; il vetro vola sopra le nostre teste. e il rumore è acuto. i muri si stanno spaccando e loro stanno entrando dalle fessure. seguo d. verso le scale. di nuovo sono sorprendentemente calma, sto guidando le persone attraverso l’apertura, toccando le loro scapole. vedo un grande e pesante pezzo di un mobile a fianco all’apertura che io spero qualcuno voglia spostare per bloccare la nostra via di fuga, una volta che siamo passati tutti, ma è troppo tardi. sul pianerottolo del primo piano alcune persone stanno aiutandosi con un termosifone per scappare dalla finestra. la finestra pullula di gente che prova a scappare… ma era troppo alto; era troppo tardi. per un momento persi d., ma lo vidi ancora che saliva le scale. lo seguo fino al piano successivo e insieme con altre sei persone corriamo fino alla fine del corridoio. c’è un’altra finestra e una ragazza comincia ad arrampicarsi sull’impalcatura che circonda la scuola. lei ci invita ad andare. io guardo fuori dalla finestra; a terra è un brulicare di scintillanti caschi blu antisommossa della polizia come esoscheletri di insetti. è troppo tardi perché loro stavano venendo verso di noi dal fondo del corridoio…

sfasate figure nere, come un incubo che ho avuto una volta quando tagliavo da parte a parte il corpo del poliziotto e dentro non c’era sangue o la materia degli organi ma un calamaro nero: d’inchiostro e terribile. il male non è contenuto solo tra contorni tenebrosi. i calamari neri si muovono verso di noi gridando, noi alziamo le mani, uno alza il manganello e lo da’ sul tavolo. noi sappiamo di dover temere… ci accasciamo e allora loro ci pestano e ci pestano per bene. non sono mai stata pestata prima e quindi io ero in stato di shock, ero incapace di sentire il dolore in quel momento, ciò mi permise di fissare delle note: sul suono, sulla sensazione, le reazioni degli altri. – così questo è come ci si sente ad essere pestati, pensai. udii urlare, udii piangere; forse ero proprio io. come una tartaruga ero ritirata nel mio zaino/guscio, con i miei due giacchetti a ripararmi la testa e d. al mio fianco che mi proteggeva, che resisteva nella rientranza del corridoio. usando gli inumani poteri tratti da tutte le scure creature nel suo regno di influenza (certi insetti, calamari neri, ma di certo dei maiali), la polizia ha rotto braccia, ossa del collo, dita, piccole ossa e grandi ossa, hanno tracciato mappe di lividi sulle schiene e sulle cosce, hanno sfasciato crani… teste sanguinarono… correvano su e giù per il corridoio distruggendo tutto, spegnendo le luci, intralciandosi l’un l’altro per picchiarci. e hanno colpito d. più e più volte, mirando alla sua testa, le parti che erano già doloranti… lo hanno colpito e io non mi ricordo come il fianco sinistro del mio corpo è stato ferito, ho visto nero, minuti o ore di oscurità che si muoveva addosso fino a che il dolore mi ha trafitto quando lui ha gridato, suonando per lo più come un bambino – please stop, please stop… ho sentito dire che è importante urlare mentre la polizia ti sta pestando… è possibile che possano ricordare che tu sei un umano. loro non sono umani ma scuri organismi del terrore e l’essere un umano è solo una ragione in più per massacrarti. io ho strillato – basta, basta enough, enough e gli sbirri hanno grugnito – bastardi, bastardi…

mi fa piangere pensare che lui abbia cercato di proteggermi… il suo sangue è colato sulla mia faccia. le mie mani erano umide e appiccicose. il sangue di d. stava colando sulla mia faccia e non potevo vedere altro che il sangue che scorreva.

per qualche ragione decisero di smettere i pestaggi e in inglese una guardia ci dice di alzarci. notai il mio spazzolino che giaceva sul pavimento dopo che eravamo stati pestati e ci avevano ordinato di alzarci. deve essere caduto dalla mia borsa – pensai, ancora prendendo nota di dettagli insignificanti. mi ricordo di un agente in pallidi blue jeans, la sua giovane faccia coperta con una bandana blu e borgogna dei carabinieri. non c’era faccia dietro la maschera, come una storia d’orrore per bambini…

… e lo sputo partito dalla bocca di un poliziotto, sembra muoversi alla moviola sullo sfondo blu scuro polizia. dimentico dove arriva sul mio corpo. lo dimentico. e di certo più tardi ascolto più storie che si mischiano col mio personale orrore: un agente ha usato un coltello per tagliare un boccolo dalla testa di una ragazza e l’ha attaccato alla sua cinta come trofeo, dopo l’ha picchiata, le ha rotto un braccio e poi l’ha accarezzata sulla testa: oh povera bambina.

la paura e la confusione
alcune persone non riescono a stare in piedi e noi dobbiamo spronarli per farli alzare e tirarli su tenendoli da sotto le ascelle. io mi aggrappo a d. e lui mi dice che pensa di avere qualcosa di rotto. andiamo verso le scale dove vedo un medico con la tuta arancione brillante e provo a spingere d. dietro al medico per proteggerlo, ma la polizia lo fa alzare e ci conduce giù nella stanza principale dove tutti gli altri contusi e rotti corpi sono ammassati insieme su un lato della stanza, le facce al pavimento. la polizia sta per lo più dall’altro lato riducendo tutto a brandelli, trovando armi tipo coltellini svizzeri, aste delle intelaiature degli zaini, legno, arnesi e bottiglie. io sto faccia a terra tra due corpi: uno lo conosco, e dell’altro so solo che è dolorante… un maiale mi da’ un calcio nel sedere e mi ricordo che faceva male. così in basso, così in basso, faccia al pavimento, presa a calci dai grandi stivali neri della polizia – per lasciare il segno.

vicino alla morte
quando vieni intimata dai manganelli della polizia fai un passo in più vicino alla morte. – ti vogliamo uccidere, ti vogliamo uccidere – cantava la polizia. vicino alla morte. quando fai affari nel sesso sei vicina alla morte, su una strada di campagna, fuori roma, nel centro del nulla, le prostitute stanno in piedi da sole o in due. accendono un fuoco per riscaldarsi, perché sono vicine alla morte; loro fanno affari nel sesso… una piccola morte. sono scure e portano con loro una borsetta, una spazzola, uno specchi,. stanno a guardarsi, e nel riflesso dei finestrini della pulita, piccola automobile che si ferma per loro: sono belle.

provai ad alzare la faccia, a parlare a d., a dirgli cosa stava succedendo. continuavo a toccarlo, a toccare le parti dolenti, mettendolo in un dolore ulteriore. cerco di mettergli qualcosa sulla testa me c’e’ troppo sangue. il sangue si secca in delicate striature sulla pelle. piccoli baci, piccoli baci. mi aggrappo a d. e alla persona accanto a me, per fargli sapere che sono lì. per alleggerire la situazione cerco di continuare a parlare – non ti preoccupare, mi sento bene, è solo il tuo sangue che sta scorrendo sulla mia faccia e sta offuscando la mia visione. e non c’è problema, perché presto saremo sulle spiagge della spagna del nord… e dico al ragazzo al mio fianco – e allora da dove vieni, oh sì polonia, yeah noi siamo del canada. nel frattempo i medici in arancione stanno correndo su e giù tamponando senza speranza la testa delle persone con garze e disinfettante.

i medici volontari
prima delle manifestazioni avevamo visto i volontari in divise arancione che facevano pratica con un fantoccio di plastica che giaceva su un lato della strada. la bambola di plastica sembrava morta e le tute arancione stavano tutte intorno , imparando cosa fare, forse tamponando la sua testa, forse stando solo lì intorno.

un panico
ad un certo punto della manifestazione ci fu una carica della polizia con i gas lacrimogeni e gli idranti su per una collina accanto ai binari della ferrovia. la gente era in preda al panico, alcuni grossi ragazzi in nero (possibilmente infiltrati fascisti – adesso si parla di circa 600) cacciarono fuori i gomiti spingendosi tra la folla… la gente venne schiacciata contro le colonne di marmo e i muri di un edificio. c’e’ l’assoluta e completa necessità di rimanere in piedi tra migliaia di persone che corrono nel panico: tu corri con la folla o vieni risucchiata dal mare della paura. io correvo perché non c’era altro da fare e vedevo la gente compiere azioni impossibili come in modalità di volo: scavalcando recinti alti un piano, arrampicandosi su muri di cemento. io fui spinta in una strada senza uscita: nessuna via di scampo tranne giù per un parcheggio sotterraneo. due dozzine di noi corsero sempre più giù, più in fondo, via dalla superficie della polizia. raggiungemmo la parte più bassa e cercammo di stare quieti; tutti stavano parlando e poi cercavano di azzittire gli altri. era umido e l’acqua gocciolava dal soffitto in pozzanghere sul cemento, nessuno parlava inglese e io non parlavo. eravamo in trappola e aspettavamo… un operaio venne giù e ci disse che era a posto per andare via di là, noi lentamente camminammo per le rampe spiraliche di piano in piano, non sapendo se stavamo finendo in una trappola. venimmo su fino all’apertura del guscio di lumaca – la luce – dov’e’ la polizia, dove sono le guardie? niente guardie, solo acqua sulla strada, sangue sul marciapiede. in cima alla collina una linea di polizia.

io sto disperatamente cercando di attrarre l’attenzione dei medici per far sì che si occupino di d. mentre una donna italiana sta strillando istericamente, pestando i piedi per terra, ci sono così tanti corpi sul pavimento che urlano in cerca di aiuto con le braccia che si tendono in aria, altri semplicemente tremanti per la paura. finalmente arriva un dottore che parla inglese e ci dice che presto saremo in un ospedale e cominciano a separare i feriti. sistemano il braccio di d., tagliano i suoi pantaloni con delle forbici fino al ginocchio, la sua gamba non e’ rotta e in fretta lo sistemano su una barella coperta con il mio sacco a pelo. ancora bacio il sangue seccato sulla sua faccia.

quando siamo condotti via, entrambe le nostre mani sono incrociate e intrecciate davanti a noi. più tardi vedo una piccola immagine di un ragazzo su una barella, sul quotidiano italiano “il manifesto”, capii che era lui perché le sue mani erano intrecciate e incrociate… come una specie di conforto, una difesa, un parziale abbraccio senza che le mani insanguinate toccassero il corpo e anche una testimonianza – il sangue sulle mani messo in evidenza. abbiamo tutti del sangue sulle nostre mani.

torno indietro e mi sdraio sul pavimento, un ragazzo americano si muove verso di me e dice – bene, sto pensando che la maniera migliore di uscire di qui e’ pregare i paramedici di portarci in un hotel, tu che ne pensi, io ho proprio voglia di uscire di qui, ho proprio bisogno di essere portata in ospedale… e comincia a parlare, parlare quando il dottore mi fa segno di salire sulla barella. il ragazzo coi dread al mio fianco sta piagnucolando, io parlo con lui e lui si aggrappa a me, entrambi stiamo tremando. – i paramedici vengono a prendermi… e lui si aggrappa più forte – noi non possiamo essere separati, noi non possiamo essere separati…

poi viene l’orrore di essere improvvisamente trasformata nel personaggio di un film – un tale orrore venne dentro di me mentre venivo condotta via tra le luci lampeggianti, tra le centinaia di voci e la parziale oscurità, tra le facce parzialmente oscure e parzialmente luminose nell’oscurità, dentro le file della polizia. sentivo che tutti erano all’interno di una pellicola monocromatica di un film in bianco e nero, solo il personaggio principale era artificialmente colorato – con un colorito davvero pallido di pelle e il rosso del sangue. mi ricordo che cercavo di svenire mentre mi portavano verso la porta. caddi in avanti – coscientemente lasciai che le mie ginocchia si piegassero. era la rappresentazione dello shock che poteva anche essere la definizione stessa dello shock. dopo l’orrore, credi di essere a posto, tu davvero ti senti bene ma questa è la menzogna della sopravvivenza. i flash delle macchine fotografiche sul mio volto ed io venivo caricata sull’ambulanza. il ragazzo che non aveva voluto staccarsi da me era già seduto nell’ambulanza, io ero sistemata su una barella e lui mi prese la mano e la strinse con forza. un uomo del genova social forum riuscì a salire con noi. parlava inglese e ci chiese che cosa era accaduto. io glielo dissi e spero che lui se ne ricordi.

l’ospedale; il regno
in ospedale dissi che il sangue non era il mio – di chi e’ questo sangue? domandò il dottore. e di chi e’ questo sangue? una domanda. di chi e’ il sangue appiccicato sui manici e sulle punte dei manganelli, di chi e’ il sangue sulle punte degli stivali… dove sono stati buttati i guanti di lattice colorati di rosso? dove sono i manganelli lavati con l’acqua… il rosso diluito nel liquido fino a scomparire in un vortice…

l’infermiera mi toglie gli occhiali e tutto ciò che riesco a vedere e’ un’offuscata oscurità che riempie la corsia di emergenza: chiudo gli occhi per nascondermi dai calamari neri. quando chiedo indietro i miei occhiali la polizia discute, ma infine mi vengono restituiti e posso vedere che la corsia di emergenza e’ delimitata con le barelle. provo ad allungarmi verso un altro corpo ma siamo separati come delle piccole isole. il personale dell’ospedale mi trova addosso un passaporto ma c’e’ un errore ed e’ quello di d. . mi guardano come se volessi ingannarli e l’uomo del gsf chiama un altro ospedale per cercare d. ma lui non si trova. gli domando cosa sta facendo qui la polizia, se siamo stati arrestati e lui dice – non ti preoccupare, sarai LIBERA domani nella mattinata. la parola LIBERA risuonò nella mia testa. sarò LIBERA in mattinata e io ci credevo.

sono spinta sopra una barella e attraverso i corridoi oscuri e vuoti dell’ospedale come nell’infestato ospedale de “il regno” di von treier. tutto ciò che riesco a vedere sono le ombre che giocano negli angoli del soffitto. forse lui mi butterà fuori dalla porta di sicurezza in mezzo al parcheggio dove rimarrò sdraiata sulla barella con il lenzuolo bianco e tremolante. tutt’intorno al perimetro, avanzando in cerchi verrà la polizia battendo i manganelli all’unisono, indossando il completo equipaggiamento rituale – le maschere fatte di vera pelle, i simboli sui loro petti e sulle loro maniche… loro vanno in circolo, battendo; sdraiata sulle lenzuola bianche: io sono il sacrificio rituale per l’eccesso di violenza della primitiva tribù della polizia… sono condotta al reparto traumatologia in una stanza con circa altre sei donne che dormono. viene un’infermiera e un attimo più tardi un dottore che parla inglese e che mi visita. sorride e mi dice che sono tutta a posto. un’anziana donna nel letto dall’altra parte rispetto al mio si sveglia e domanda cosa stia succedendo. stai calma e torna a dormire – l’infermiera le dice. loro sono gentili ed io cerco di credere che tutto sarà a posto. a posto. è notte; io sono un cavaliere. mi rotolo sul mio lato contuso e ricordo. non dormo ma ripeto la storia a me stessa più e più volte così che la riesco a credere. organizzo i miei piani di fuga per la mattina… trovare d. … non dormo e di mattina presto arriva un’infermiera sorridente e m’infila il termometro sotto l’ascella e mi sposta in un’altra stanza sotto la custodia della polizia.

nel letto vicino a me c’e’ una schiena visibilmente livida tra il bianco delle lenzuola e il bianco del camice. la proprietaria e’ addormentata e io ne sono invidiosa. fisso i muri bianco sporco, le mie cose in una busta di plastica ai piedi del mio letto, le lenzuola bianche tirate sulle mie gambe – che mostrano la forma dei miei piedi e delle mie gambe. per rompere la monotonia in alto su un muro c’è stranamente un ossuto gesù, su una croce di metallo. fisso l’ossuto gesù dentro, con l’occhio al di là, per evitare gli occhi dei carabinieri, dei paramilitari: gli occhi abbassati. intorno a me ci sono meccanismi organici di sorveglianza di stato; gli occhi alla fine della persecuzione. quando zoppico fuori dal letto per fare una doccia l’infermiera riceve l’ordine di sorvegliarmi. mi da’ un grosso paio di mutande bianche e un camice e mi guarda mentre piscio in una provetta. un test delle urine, un test del sangue e lo stato vede attraverso la mia pelle. quando la proprietaria della schiena livida m. , una ragazza americana da eugene, si sveglia scherziamo su come sembriamo abbronzate (dal colore dei lividi) e muscolose (dal gonfiore). la sua mano destra e’ rotta e ingessata. a mezzogiorno ci danno un pasto, abbiamo la sensazione come fosse l’ultima cena e decidiamo di ingoiare il pollo che era incartato con la stagnola. finiamo di mangiare e ci puliamo l’unto dalle facce – è ora di andare, ci annuncia un carabiniere – dove stiamo andando? loro non rispondono.

kafka
qualcuno deve aver mosso un’accusa falsa nei confronti di k., in quanto e’ stata arrestata una mattina senza aver fatto niente di male – mi state arrestando? chiede k. . l’ufficiale, alto, in uniforme grigia non rispose ma prese le manette dal loro posto sulla cinta e assicurò una manetta al polso di k. e l’altra al braccio sano di m. – per quale motivo sono stata arrestata? prova a richiedere k. anche se sa che la risposta di nuovo sarà un silenzio. i cinque ufficiali la fanno marciare fino in fondo al corridoio, si fermano e lei esamina la grigia uniforme militare degli agenti. in mostra, su una manica: una toppa che legge in italiano: polizia penitenziaria. intorno alle loro vite essi indossano cinture nere pesanti alle quali sono attaccati vari strumenti: un manganello, manette e pistola, e i loro pantaloni erano infilati dentro grossi stivali neri. un’uniforme grigia femminile perquisisce k. e trova nella sua tasca un coltellino svizzero. essa si eccita molto perché ha trovato una prova di colpevolezza. k. e m. vengono fatte marciare per i corridoi dell’ospedale mentre sei uomini dalla scuola marciano di dietro. k. viene condotta rapidamente per i corridoi dell’ospedale, cerca di stabilire un contatto visivo con gli altri pazienti, i lavoratori, le infermiere… guardateci, non siamo criminali ma loro non vedono, loro ci fissano e noi siamo scortati dalla polizia e dall’esercito ma loro non vedono. m. e io ci teniamo l’un l’altra le mani sudate oltre le manette. siamo condotte per una porta secondaria in un vicolo dov’è parcheggiato un furgone militare. i media, piazzati lontano da dove sbuchiamo, ci fotografano mentre veniamo caricati sul furgone e rinchiusi nelle celle. i portelloni vengono chiusi e siamo trasportati fuori dalla città.

bolzaneto: il centro di detenzione/il centro di tortura
attraversiamo alcuni cancelli, ci fermiamo poi fuori ad un edificio, attraverso la grata della cella posso vedere diversi tipi di polizia che fumano: carabinieri, giovani donne, ragazzi in borghese vestiti da manifestanti, grandi uomini vestiti con la divisa militare. ma quello che mi sorprende e’ come tutti sembrino giovani. qualche volta mi sento come se fossimo in una guerra di bambini ingaggiata contro l’impossibilita’ dei cresciuti. noi usiamo armi giocattolo: vernice, bastoni e pietre che lanciamo ai loro piedi e per loro e’ come calpestare dei sassolini. noi li tormentiamo con un leggero ronzio che li irrita così che una gran ventata si abbatte dall’alto e noi siamo spazzati via e finalmente silenziosi… ci vengono tolte le manette, siamo condotti fuori dal furgone e quindi nel centro di detenzione. sulla destra, oltre la porta c’e’ il bagno, sulla sinistra c’e’ la stanza burocratica e infine le celle – le sbarre di alcune celle sono coperte con lenzuola. potei intravedere alcuni corpi che sedevano sul pavimento, noi fummo condotte ad occupare la penultima cella sul lato destro. la luce del sole che passava attraverso le sbarre della finestra senza vetro rese bianco il pavimento freddo. ci raggruppiamo sotto la finestra. m. incontra il suo ragazzo; lui e’ stato preso a calci nelle palle. il naso di un ragazzo e’ rotto e sta sanguinando ovunque – non lasciate che io dorma, dice, guardatemi e non lasciate che io dorma – e mette la testa giù fra le ginocchia. i secondini ci ordinano di toglierci le cinte ed i lacci delle scarpe. quando veniamo presi per essere schedati vedo che i nostri lacci vengono buttati nella polvere; le nostre possibilità di suicidio nell’immondizia. mi afferrano per il mio braccio livido… grasse dita che premono una pelle che e’ troppo leggera, loro premono così forte che le dita della polizia penetrano nella pelle e nel sangue per lasciare una perenne identificazione. se il mio sangue potesse lasciare macchie d’inchiostro, se potessi conservare le impronte digitali di ogni poliziotto che mi ha toccata e usarle come prova del contatto per distruggerli… mentre i diversi agenti fissano e ridono, vengo presa per passare le procedure – scansione della retina, foto segnaletiche, impronte digitali. quando mi fanno la foto mi tolgono gli occhiali perché non facciano riflesso. e per segnalare che io porto gli occhiali mi piazzano una montatura da uomo, grandi e ridicoli, senza lenti sulla faccia. la poliziotta ride di me e io sono costretta a sorridere. le mie dita vengono premute su dell’inchiostro blu – destra, sinistra, e ancora destra. ogni cosa e’ conservata e stampata e io sono sul protocollo.
quando tutti sono stati schedati, gli uomini e le donne vengono separati. 31 donne si trovano ora nella mia cella; lo so perché loro vengono dentro e ci contano più e più volte, nel caso che riusciamo a scivolare tra le crepe o ci trasformarci in una pozzanghera sul pavimento. siamo messe a sedere contro il muro, troppo spaventati per parlare o muoverci per una mezz’ora. ma poi cominciamo a parlarci l’un l’altra e io ascolto le altre storie. alla gente che era stata nella cella tutta la notte non era permesso di sedere ma dovevano stare in piedi contro il muro, a questi non erano dati ne’ cibo ne’ acqua, un ragazzo era stato spruzzato con il pepper spray e denudato. una ragazza mi raccontò di come lei era stata portata da un altro centro di detenzione dove il pavimento era coperto di capelli strappati, denti rotti e occhiali calpestati. un poliziotto disegnava svastiche sul muro. due ragazzi dovettero stare in piedi contro il muro mentre il poliziotto fascista girava intorno sbattendo un bastone di metallo sul pavimento dietro di loro. non li colpì, non ne aveva bisogno. su 31 donne, 10 hanno ingessature sulle braccia. la lista delle ferite: occhi neri, lividi, dita, mani, denti e nasi rotte. così tuttavia trascorriamo il pomeriggio, talvolta possiamo vedere gli uomini spinti nelle loro celle, tremanti, con i pantaloni intorno alle anche.

il codice canadese del prigioniero
e sì, i secondini fischiano. d. una volta mi parlò del codice dei prigionieri, le “regole” del carcere. in carcere non fischi mai perché a fischiare sono gli uccelli e gli uccelli sono liberi, se un altro prigioniero ti sente fischiare vieni pestato. per beffarsi della reclusione e del codice, i secondini fischiano. mi e’ stato detto che in canada la rcmp mette una rubrica telefonica sulla vittima. i colpi vengono incassati, non vengono lasciati segni. e che fa la polizia? loro MENTONO! loro ci dicono: abbiamo trovato pistole, verrete rilasciati in 20 minuti dopo essere stati interrogati, avete distrutto la città, sappiamo che fate parte del black bloc… italiani, tedeschi, inglesi e svedesi: c’e’ panico in tutte le lingue appena le parole vengono tradotte. sentiamo che i ragazzi stanno passando l’esame medico e stanno per essere messi in libertà. ma poi sentiamo urlare e sbattere in fondo al corridoi. c’è tortura nel non sapere ma io volevo pregare ognuno di smettere di domandare alla polizia cosa stava per accadere. che cosa fa la polizia? loro MENTONO. e noi eravamo ingannati, derisi, messi in ridicolo. avremmo dovuto domandare di andare al bagno e aspettare una secondina che ci scortasse. mai sapevi come avevano intenzione di trattarti. spingerti con la testa in basso. qual’e’ la cosa migliore da fare in carcere? DORMIRE. una ragazza si era semplicemente avvolta nella sua lunga gonna e dormiva e dormiva.

ci sono cose che possono fatte di notte che non possono essere fatte di giorno…
arriva la notte e con essa la paura. escogitiamo modi per tenerci caldi con gli indumenti che avevamo. più tardi ci diedero delle coperte e noi cominciamo e accoccolarci, ricoperti lungo due muri, cercando posizioni comode per gessi e lividi. io non riesco a dormire. il turno di notte arriva e sembrano diversi, più severo e le voci cominciano a girare su come ci sono cose che ci possono fare di notte che non possono essere fatte di giorno… ci sono sempre due o tre persone che piangono, che crollano. certe volte vedere gli altri crollare mi disgustava e mi faceva smettere di piagnucolare. certe volte lacrime scendevano e anch’io cedevo. sono accanto la porta per ore, le mie dita avvolte attorno alle sbarre, guardando per trovare d. quando andavo al bagno cercavo di vedere nelle celle coperte. una volta durante il centesimo appello, io vedo il suo nome sulla lista. entra una poliziotta e sembra quasi preoccupata e sorpresa per le nostre condizioni. adesso sto piangendo senza controllo, urlando gli racconto cosa e’ successo. gli faccio vedere il passaporto di d. e lei lo va a cercare ma ritorna dicendomi che non sta qui. io so che io sto bene ma mi fa sentire male non sapere dove sta. il poco sonno mi fa avere le allucinazioni: le macchie di ruggine diventano sangue, comprendo il tedesco e l’italiano e mi domando perché le altre stanno facendo conversazioni strane. sento urlare di fuori, giuro che riuscivo a sentire persone gridare: liberateli, liberateli. per tutta la notte sento urla e la polizia che picchia, dopo ci danno delle coperte, qualcuna dice , adesso ci stupreranno. le guardie entrano e chiamano dei nomi e fanno scoccare i loro guanti di lattice. alcune ragazze sono state portate vie e non sono più tornate. la mattina quando ci svegliammo eravamo dieci dimeno.

il controllo medico
la mattinata sono chiamata per fare il controllo medico. altre donne portate prima di me ritornano in lacrime. mi viene richiesto di firmare dei fogli ma io mi rifiuto, uno sbirro indica una toppa sul mio cappuccio e grugnisce: black bloc, un’altra guardia che pensa di sapere l’inglese cerca di fare una piccola chiacchierata con me. mi rifiuto di rispondere a qualsiasi domanda ma gli chiedo per quale motivo ci stanno tenendo li, con quale accusa? lui mi risponde – una città è stata distrutta e per questo qualcuno deve pagare. tu stavi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ma qualcuno deve pagare… se io pensassi che tu stessi per uccidermi, io ti sparerei per primo. tu non mi uccideresti prima? – io non rispondo. sono condotta nella stanza successiva e mi ordinano di togliermi i vestiti. la spazzatura straborda con strappati biglietti per casa, altri fogli e contraccettivi: preservativi e pillole anticoncezionali. ci sono tre poliziotte che si assomigliano tra loro: troppo truccate, sopracciglia troppo affinate, capelli biondi e castani strettamente tirati su con ghigni di disgusto. io ho le mestruazioni e il sangue gocciola giù per le mie gambe. io lascio che sgoccioli provocatoriamente, che siano disgustati alla vista del mio corpo nudo sanguinante – la mia forza e’ qui – in questa abiezione completa, in questo sangue si congiunge con tutto il sangue di tutti i brutalizzati. e nel sangue c’e’ una forza impossibile perché di forza non ce ne più… sogghignando mi lanciano un assorbente. sono portata in un’altra cella dove ci sono le altre donne che hanno già fatto il controllo. hanno portato via gli occhiali di una ragazza, tagliato capelli e cappucci dei giacchetti, strappato di dosso gioielli. fuori uno sbirro comincia a cantare per sbeffeggiare: assassini, assassini.

gita in campagna
gli sbirri si eccitano: vanno a fare una gita in campagna. io sono ammanettata ad una ragazza svedese carina, vicina all’essere bellissima, con ciuffetti corti e dread lunghi. scrive con la suola della scarpa sulla cella: acab* (kill) all cops all bosses. in un pulmino della prigione siamo condotte nella campagna, la radio è accesa al di là delle nostre gabbie, gli sbirri ridono e scherzano. quando arriviamo al carcere, cominciano a sbottonare i loro malefici giocattoli, le loro pistole e manette dalle cinture. per un momento mi spavento ma poi realizzo, sollevata dal fatto che loro non hanno giurisdizione in questa prigione. siamo fuori dal controllo dei mostri grigi.

carcere di voghera, cella d’attesa
veniamo lasciate in una cella d’attesa e c’è già il gruppo di teatro, catturato fuori dalla città. gli sbirri li hanno fermati e hanno trovato dei vestiti neri, li hanno arrestati, dopo avergli puntato contro le pistole. finirono in carcere per più di tre settimane. ma ci hanno detto che ci sono persone che stanno lavorando per noi, che sanno che siamo qui e che non ci lasceranno a marcire. abbiamo scritto tutti i nostri nomi su numerosi pezzetti di carta in modo da non perderci nel caso in cui le liste venissero fatte sparire in quelle stesse ingessature di braccia rotte. siamo portate una ad una in una cella. io devo andare a pisciare e aspetto due ore, finché non vengo condotta di nuovo e intimata a spogliarmi di fronte alle poliziotte. mi tolgo i vestiti per la seconda volta e le donne fanno versi e apprezzamenti. sono scioccate dai lividi che ricoprono il mio corpo e io sono scioccata che loro lo siano. si mettono a ridere quando notano che sto sanguinando, e mi passano un paio di assorbenti e dicono che tutti stanno sanguinando. è strano, non riesco a credere alla loro gentilezza. eppure più tardi quando ci stanno dando da mangiare si assicurano che ci venga tradotto che loro sanno che non siamo criminali o terroristi, sanno che non abbiamo fatto niente di sbagliato. mi viene fornito un equipaggiamento da prigione: tazza, piatto, scodella e posate di plastica, lenzuola, federa e asciugamano fatti di cotone ruvido e sapone. sono fortunata nell’essere messa nella stanza con la mia amica americana m. e con altre due ragazze toste. m. n. è spagnola ma parla ogni lingua possibile incluso l’arabo. le chiedo in quale lingua pensa e mi risponde che non lo fa.

finestre
la cella era decente, con un grande bagno con addirittura il bidet – solo in italia ti danno una fontanella da culo nella tua cella del carcere. c’era una televisione, un tavolo, quattro letti e due grosse finestre. fissavo fuori dalle finestre le guardie che camminavano in cima alle mura di cinta, avanti e indietro, e poi lì, oltre le mura tracce di vita normale. alle finestre, alla fine del corridoio potevamo vedere gli uomini, i prigionieri veri nell’altra ala, fuori a giocare a pallone o nelle loro celle. ci urlano desiderosi, giocosamente, in italiano – allora, come vi va? fuori dalla finestra della nostra cella vi è un nido d’api così non possiamo tenerla aperta la notte, al tramonto le zanzare oltrepassano le sbarre dell’altra finestra aperta e infestano l’aria. più tardi, nella stazione di polizia di pavia l’aria era altrettanto infestata dal lamentoso ronzio delle zanzare. mordono la pelle e le grasse facce e i colli che uscivano dalle uniformi.

istituzionalizzazione
e penso che questo carcere non sia tanto estraneo ma fin troppo familiare. gli appelli, gli orari fissi, la burocrazia… c’è un tale orrore nella somiglianza dei luoghi delle istituzioni pubbliche ché la scuola non è poi tanto differente dall’ospedale. l’ospedale non è poi tanto differente dal carcere.

telegramma
nel centro di detenzione ci avevano detto che avremmo potuto fare una telefonata una volta giunte in carcere. quando chiedemmo ai secondini di poter usare il telefono ci hanno risposto che dovevamo chiamare quando eravamo nel centro di detenzione. ma ci hanno dato dei fogli per spedire un telegramma. io non ho mai spedito un telegramma prima d’ora, cosa gli dico ai miei genitori?… pestata arrestata stop manifestazione genova italia stop sto bene stop… la mia compagna di cella scrive come scherzo al suo ragazzo:… sono una prigioniera politica in italia…. non arrivò mai. nessuno dei telegrammi arrivò. io sono contenta, non riuscirei ad immaginare il bussare alla porta – telegramma, signore…

blue
al carcere di voghera, due volte al giorno avevamo l’ora d’aria in cortile. i muri di cemento raggiungono il cielo blu, troppo blu… a palermo, sicilia, in una vecchia villa, precedentemente occupata dalla mafia, adesso è un okkupato, uno squat. il soffitto era cadente a pezzi di blu; un cielo rotto dagli uccelli neri e dalle piante rampicanti. il portone veniva aperto dal vento caldo e la mamma cagna ringhiava e abbaiava rumorosamente mentre i suoi cuccioli piagnucolavano. il centro di palermo non è ancora stato ricostruito dall’epoca dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. tramite le finestre degli edifici ricoperti di impalcature è possibile vedere il cielo blu o i rami degli alberi che sono cresciuti dal piano terra. alcuni di questi edifici sono occupati da famiglie. a quanto pare i soldi destinati alla ricostruzione della città sono finiti alla mafia e nelle tasche di ufficiali corrotti. il cielo è blu.

nel cortile parlo con la donna più anziana che c’è, una 60enne con l’intero braccio ingessato. mi racconta che proviene dalla spagna e che lei era viva durante il regime di franco e aveva avuto amici che combatterono ma lei non aveva mai combattuto. mi dice – adesso sono una dei miei eroi.

lei dice che conosce il fascismo e che questo è fascismo. è il regno dei maiali. ognuno sta solo facendo il proprio lavoro, stiamo tutti solo facendo il nostro lavoro, ciò per cui siamo nati: mangiare, fottere, cacare. la polizia, i dottori, le infermiere, gli sbirri… reclamano che stanno solo facendo il loro lavoro quando ci pestano e ci imprigionano, stanno solo lavorando come bravi maialetti. poi ci sono maiali tra di noi, i maiali in noi, chi se ne frega, chi non pensa oltre se stesso, chi non agisce. bravi maialetti…

comunisti e preti
membri localmente eletti del partito comunista vennero e ci videro nel cortile. tutte le donne li circondano, tutte stanno in una volta piangendo e parlando. mi allontano di nuovo. qualcuno chiese un prete, egli arriva parlando un perfetto inglese e disapprovando, non facendo niente di buono. inizio ad andare su e giù e a parlare a me stessa, nell’angolo, di fronte due muri di cemento..e dico che non ci può essere santità giù nello schifo, facce al pavimento, non c’è santità, e noi ci affidiamo ai santi e al fottuto gesù cristo. solo il prete può venire a farci visita, oh dio santo, aiutaci ora. e noi reclamiamo l’innocenza, come i santi si abbandonano alle torture, i lividi vengono esposti. a seattle il petto nudo di un ragazzo fu segnato con un pennarello, un conteggio delle volte che era stato spruzzato col gas, con il pepper spray e colpito con i proiettili di gomma. come i santi ci vantiamo delle torture, dell’imprigionamento, delle piccole ingiustizie. e come i santi siamo giusti nei nostri reclami. anzi speriamo di essere picchiati come i giusti poiché il dolore, le lacrime e il moccio che scorre giù per le facce rosse provano che siamo puri e puliti nelle intenzioni. noi siamo non-violenti e voi? la nobiltà della non-violenza è fatta a pezzi quando sei sulle tue ginocchia, quando vieni pestato dall’alto, quando sei a faccia in giù su un pavimento coperto di sangue, denti e capelli. piuttosto morirei stando in piedi…non c’è nessuna severa dicotomia tra non-violenza e violenza, tra l’offesa e la difesa. ma poi che fai quando sei intrappolata in questo sistema, nella legge, dove tu devi provare che sei innocente sottostando a leggi nelle quali non credi? sosteniamo di essere buoni, stavamo solo dormendo. non stavamo facendo nulla di male. le corti sono allestite come in una commedia morale. ci sono i buoni e i cattivi dimostranti. ma che cos’è accaduto all’etica? qualcosa al di là del bene e del male, perché definitivamente non è così semplice.

qualcosa di non santo, fantasmi protettori – romania
romaniae mugugnavo a me stessa, oh dio, oh dio, ma non abbiamo bisogno di nessun dio che ci aiuti, non il sacro fantasma ma qualcosa di leggermente umano. abbiamo bisogno di fantasmi confortatori, qualcosa di leggermente umano, non gesù cristo, non i santi ma qualcosa di leggermente umano…in una città del nordovest della romania c’è una prigione ora trasformata in un museo contro il totalitarismo. le lettere delle donne dei prigionieri cucite nella stoffa, le uniformi a righe, le catene. restammo seduti fino a notte fonda bevendo una lattina di birra da poco sulle rotaie, parlando e fissando i treni merce. quando fu tardi abbastanza ci incamminammo per la strada verso la casa abbandonata in una strada residenziale. strisciammo tra i lampioni a l’abbaiare dei cani. all’interno c’erano i resti di altri illegittimi dormitori e così srotolammo i nostri sacchi a pelo e ci addormentammo al costante allarme del cane della porta accanto che abbaiava. per tutta la notte feci un sogno di salvezza. sognai di una donna nera e del suo bambino che vegliavano su di me, mantenendomi salva. fantasmi confortatori. la mattina lo raccontai a d. e lui mi disse che aveva fatto sogni simili. di notte, in una strana campagna, una casa abbandonata – non completamente costruita, nuova. e abbiamo bisogno di più numerosi fantasmi confortatori…

servizio televisivo sulla scuola
siamo riportate indietro alle nostre celle e io sono felice di allontanarmi dal panico contagioso, dalle preoccupazioni in tutte le lingue. la nostra cella è quieta, scherziamo un po’, mi sento sicura con la porta serrata. più tardi guardiamo un po’ di tv, uno speciale su genova è ospitato all’interno di una banca sventrata e bruciata. c’e’ un servizio sulla scuola. ci avviciniamo allo schermo. urliamo e piangiamo appena mostrano i corpi sulle barelle che vengono fuori. tocchiamo lo schermo quando le persone che amiamo vengono fuori tramortite e sanguinanti. vediamo per la prima volta ciò che vide chi giunse lì dentro dopo di noi: il sangue, la carneficina. in un colpo mettono a fuoco una cartolina con un cowboy, alcuni fogli, alcuni libri. la cartolina è mia. la fotografia di un attore socialista turco che morì in prigione. i miei eroi uccidono i cowboy e qualche volta i miei eroi sono cowboy. sparsi da qualche parte ci sono rosari musulmani per pregare e una catenella di gru di carta.

il centro di detenzione per rifugiati sloveni
lubiananella capitale della slovenia, con la carovana senza confine, c’era una manifestazione fuori dal centro di detenzione per immigrati illegali. come ci fermammo fuori dall’edificio, canticchiando con cenni, alle finestre i rifugiati kurdi, cinesi, albanesi, macedoni cominciarono a cantare con noi e piovvero appunti, carte ufficiali, lettere, nomi e indirizzi per contatti. fecero cenni che quando noi ci saremmo allontanati le guardie li avrebbero pestati. una famiglia cinese lasciò cadere centinaia di catene di carta costruite dalle pagine di una rivista. un kurdo lanciò il suo rosario da preghiera. la manifestazione terminò e io mi misi in tasca il rosario e attaccai come una coda le catene di carta alla mia bici e queste volarono nel vento.

mardin, kurdistan
alla sommità del deserto del kurdistan, in una vecchio paesino con i piccioni viaggiatori all’ufficio postale. in cima alla città c’è un vecchio fortino, ora base nato. tutto il giorno in un cielo troppo blu, jet americani volano lasciando fantasmi bianchi di guerra sulla loro strada verso l’iraq. sulle strade, dal lato sinistro c’è una panetteria dove un uomo grasso sta cocendo il pane in un forno a legna. egli ha trascorso sette anni in fondo alla strada, lontano dal paesino, dietro sbarre e metallo, indossando gli abiti gonfi di un uomo kurdo. prima di questo egli aveva trascorso due anni sulle montagne, combattendo là una guerriglia per l’indipendenza. una notte il nostro amico guerrigliero si sbronza con noi, anche se è un buon musulmano e non beve mai. ci mostra la pistola che porta con sé a causa delle squadre della morte. io la peso nella mia mano, metallica e pesante. in fondo alla strada c’è un ragazzo con una foto che ritrae lui stesso e alcune grandi pistole. egli ha combattuto sulle montagne contro i guerriglieri nel nome dell’esercito turco.
kurdistan la sua voce cambia tono e ci racconta di come vide i guerriglieri uccidere bambini piccoli e altro, egli dice – io uccisi i guerriglieri. comincia a diventare un po’ insensato e si pulisce il sangue dalle mani. c’è il sangue su queste mani. c’è il sangue su queste mani. c’è una fotografia di alcuni giovani operai con le mani segnate dalla figura di un cane. – è il segno del partito nazionalista, egli rivendica sorridendo. sua sorella ci dice che è il segno del partito fascista. woof, woof. egli non la ascolta, ma è reso folle dalla sua coscrizione tra i militari e sta sorridendo al ricordo dei suoi vecchi amici che sono morti. più tardi i nostri due amici si incontrano: il soldato ed il guerrigliero. speriamo solo che non discutano di politica.

rivolta in tv
la televisione mostra le immagini dell’uccisione di carlo giuliani. sentii che tutto si bloccò, la rivolta si bloccò dopo che spararono a lui, fino a che la polizia disperse la folla col gas lacrimogeno. nel servizio le strade sono vuote fatta eccezione per la polizia ed il corpo ed il sangue. ma c’è un uomo che resta, che sta urlando – ASSASSINI! ASSASSINI! – più e più volte. un agente di polizia lo rincorre, urlandogli dietro – tu l’hai ucciso, l’hai ucciso tu. prende a rincorrerlo e l’uomo corre per un po’, ma si ferma e inizia ad urlare, solo nelle strade svuotate: assassino, assassino. finché la polizia lo minaccia con i manganelli e lui corre fuori dall’inquadratura. dopo che lo speciale su genova è finito, arrivano notizie della palestina. oh sì, c’è un altro mondo là fuori di martiri e di morte. c’è un altro mondo più grande.

sciopero della fame
il giorno seguente, nel cortile, abbiamo un incontro di gruppo. veniamo a sapere che stiamo per essere ascoltate per vedere se dobbiamo essere accusate. decidiamo di restare in silenzio. alcune vengono chiamate all’interno, l’avvocato preme perché parlino. le domande non sono difficili: che cosa stavi facendo nella scuola, perché eri a genova, fai parte dei black bloc? una ragazza, forte e punk, mi racconta di come il corpo del suo compagno messicano sia stato sfregiato dalla polizia. viene chiamata per il suo processo, è spaventata perché indossa abiti neri ma torna indietro con aria fiduciosa. tutte la circondano e fanno domande sul processo – era a posto, ho solo detto che in questa parte della scuola, che non ero con i black bloc…aveva parlato e alcune ragazze cominciano ad attaccarla – hai parlato e con le tue parole hai reclamato la tua innocenza e scaricato la colpa su qualcun altro. comincia il panico e lei comincia a piangere e crolla sul pavimento. non posso stare a guardarla attaccata e vado su di lei. – è tutto a posto, è tutto a posto. questo è difficile, tutto questo è così difficile. torniamo unite, d’accordo a rimanere in silenzio e a non firmare nessuna carta. alla fine alcune parlano e alcune rimangono in silenzio e questo non sembrava preoccupare. ma rimaniamo unite e decidiamo una cosa. ci sono due donne che hanno dei problemi. una è una giovane ragazza dalla germania, era stata colpita con un calcio al viso, i denti davanti erano stati fatti saltare, le sue labbra avevano bisogno di punti e c’è ancora un dente rotto nella sua bocca. ha bisogno di vedere un dentista, ha bisogno di qualche antidolorifico. qualcuna fa rimbalzare una palla e lei comincia ad urlare traumatizzata. l’altra donna era una giornalista kurda. in turchia ella era stata messa in prigione e torturata ma attualmente lei vive in svizzera dove ogni giorno ha bisogno di andare in un centro per le vittime della tortura. è ammalata e senza cure mediche diventerà cieca. indossa solamente un paio di pantaloncini e una maglietta, silenziosa e tremante. decidiamo che se non veniamo rilasciate oggi e lei non riceve le sue cure mediche inizieremo uno sciopero della fame. in turchia oltre un centinaio di persone e i membri delle loro famiglie hanno intrapreso uno sciopero della fame fino alla morte per protestare contro le condizioni carcerarie. morendo di fame.

una macchia di sangue a forma di cuore
nel cortile, più tardi, durante il pomeriggio io ho un crollo. mi lascio andare. mi siedo su una panca, singhiozzando e tremando. più e più volte accarezzo la manica della mia maglietta. il sangue ha lasciato una forma come di un piccolo cuore. questo è tutto ciò che mi resta di d., una macchia di sangue a forma di cuore. so di essere nel regno del possibile, che posso sopravvivere. ma il non sapere dove lui si trovi rende ciò impossibile. l’ultima volta l’ho visto tremante e macchiato di sangue e questo è tutto ciò che mi resta. più e più volte accarezzo il sangue sulla mia manica e mi dondolo sui talloni. questo è tutto ciò che mi resta. piccoli cuori di sangue. la donna kurda è accanto a me, lei mette il braccio intorno a me. non parla inglese, ma io indico il sangue e le dico – arkadesh, arkadesh. amico in turco. l’unica altra parola che riesco a pensare è guzel: bello…quali orrori posso raccontare(?). questa donna mi sta confortando…torturata in un carcere turco e ora ancora pestata e lì per diventare cieca, pallida e fredda in pantaloncini e maglietta. torturata, fredda e quasi cieca. quali orrori posso raccontare(?).

d.
d. mi dirà poi che ha trascorso due notti in un ospedale militare. la polizia si sarebbe allineata intorno a tutti i letti e tirato fuori i bastoni. avrebbero picchiati continuamente sulle sponde metalliche del letto. perché, di certo, se hai la testa ferita non si può immaginare che tu possa dormire. mi dice che le infermiere ed i dottori decisero di non testimoniare ciò, le loro teste erano girate dal loro lato e loro pensavano di non stare vedendo proprio nulla. quindi egli venne trasferito in un carcere dove trascorse due giorni solo in una cella rosa con roba pornografica, protagonisti i capezzoli di britney spear.

il consolato canadese
più avanti di quel giorno, dopo quattro giorni a marcire, il console canadese viene a farmi visita. il console americano aveva visto m. appena ella arrivò all’ospedale, al centro di detenzione e ieri in prigione. funziona solo per mostrare chi detiene il potere. vengo chiamata di sotto e là c’è il console, sta in piedi ben pulito e affabile nelle sue scarpe di disegno italiano. in seguito, quando saremo liberi ed egli verrà a trovarci a milano, noi non avremo un soldo per il pranzo e lui tenterà di prenderci in giro, penserà di essere divertente quando dice che può vendere un paio di gemelli per pagare da mangiare a quattro di noi. ma egli è il mio unico contatto con d., con la mia famiglia, il mondo di fuori. dice proprio che lui pensa che il nostro arresto è una giustificazione alla militarizzazione di genova. sta per andare a fare visita a d. e la prima cosa che gli dirà è che io lo amo. i miei genitori non sono ancora stati informati. quel giorno mia madre riceverà un messaggio, chiamare gli affari esteri a ottawa. ella pensa che io sia morta, loro le dicono che sto in prigione. il console dice che mi farà visita dopo un paio di giorni – un paio di giorni, io sto sperando di essere libera entro un paio di giorni. successivamente quel pomeriggio ricevetti un fax, che ho immaginato l’ambasciata avesse spedito nel caso in cui non sarebbero potuti venire. esso recita: spero che tu stia guarendo dalle tue ferite…la mia compagna di cella spagnola ricevette un fax dalla sua ambasciata che diceva: quando sarai uscita, facci una chiamata.

l’udienza
nel pomeriggio vengo chiamata per essere ascoltata. mi è consentito di parlare due minuti con l’avvocato prima del processo. questa mi dice che sono stata accusata di resistenza all’arresto, possesso di armi e di essere parte di un organizzazione criminale denominata black bloc. di certo ciò è ridicolo. sono sicura che gli sbirri mandano degli infiltrati agli incontri del black bloc e perciò dovrebbero sapere bene come è organizzato. le dico che non mi sento tranquilla di parlare e che voglio scegliere di rimanere in silenzio. lei invece pensa sia meglio che io parli ma non mi forza. il processo è veloce e siamo fortunate ad avere un traduttore: gli uomini non l’hanno avuto. gli dico il mio nome e il mio indirizzo e quante notti sono rimasta a dormire alla scuola. mi fanno altre domande ma io rispondo – sono stata picchiata, arrestata e detenuta illegalmente, torturata e psicologicamente non sono in grado di parlare in questo momento, quindi scelgo di rimanere in silenzio.

il black bloc
aspetto fino a sera per sapere i risultati del processo. le donne sono chiamata ad una ad una e tutte tornano proclamando la libertà. finalmente sono chiamata anch’io e i miei avvocati mi dicono che sono ancora accusata – cosa? sono diversa dalle altre ragazze? siamo tutte ancora accusate ma possiamo andare. mi consegnano dei fogli pieni di scrittura scarabocchiata che sono obbligata a firmare. tutto quello che riesco a distinguere sui fogli sono le parole BLACK BLOC. questo è un assurdità di allarmismo morale. attenzione lì fuori c’è una minaccia in cappucci neri, passamontagna e scarponi neri che verranno a buttar giù le vetrine della tua multinazionale locale per poi scappare via. ecco altre sfumature del nero…ragazzi neri che combattono sulle strade di seattle, durante la notte, dopo che tutti/e gli attivisti erano tornati a casa con le lacrime agli occhi. il nero del lutto delle vedove. il nero delle bandiere che sventolano fuori dai villaggi della romania, le fasce nere ricavate dai sacchi dalla spazzatura e legate attorno al braccio di ragazzini vestiti in modo alternativo. nella doccia del carcere cantai-… il “nome” della polizia che uccide ragazzi neri sui motorini- il poster dice supporta il nostro black bloc locale.

il rilascio
dovemmo aspettare altre cinque ore in cella attendendo che tutte passassero la trafila burocratica. ci dissero di piegare le nostre lenzuola e prepararci ad andare via ma noi aspettammo ed aspettammo sedute sui materassi di gommapiuma. vediamo sul telegiornale che alcuni degli uomini sono stati portati via dal carcere e nessuno sapeva che fine avevano fatto. altri erano stati deportati nei loro paesi senza poter parlare con nessuno. comincio ad avere paura e mi sento salire addosso l’ansia, comincio a tirare in giro l’arredamento in plastica della mia cella. so che non siamo libere. finalmente a mezzanotte sono presa e portata a prendere le mie cose che sono rinchiuse in una busta, tutto tranne la banconota da cinquantamila lire. ci dicono che c’e’ un autobus della polizia che ci sta aspettando e che possiamo prenderlo solo se vogliamo, ma in pratica non abbiamo scelta. veniamo guidate fuori dai cancelli della prigione dove ci sono delle persone, parenti e consoli che ci aspettano. l’autobus non si ferma e gli passiamo davanti e io comincio a temere. quelli che ci aspettavano fuori salgono in delle macchine e cominciano a seguirci mentre veniamo portate per un ora fino alla stazione di polizia di pavia. li siamo tutte depositate in una piccola stanzetta dove ci viene detto che verremmo tutte deportate. l’atmosfera nella stanza diventa elettrica tutte cominciano ad urlare e a fare domande. la piccola stanza è riempita da donne, sbirri, consoli, figli e parenti. nessuno sa cosa fare.

tentativo di fuga di fronte alla polizia
poi il console inglese mi dice che c’è un ragazzo canadese nell’altra stanza. io corro, irrompo tra le file degli agenti. eccolo lì, eccolo lì, seduto lì, la sua voce è stranamente più lenta, più dolce, più dura che sorride per evitare le lacrime. ci abbracciamo e controllo che tutte le sue parti siano ancora lì – i suoi arti, la sua pelle, le sue ossa piccole, cervello e muscoli tutto sta ancora qui, punti sono stati aggiunti, capelli rimossi. ha un aspetto strano nei vestiti donati dalla chiesa. ricordo adesso che i medici alla scuola avevano dovuto tagliargli i pantaloni; per vedere se la gamba era rotta. ci baciamo e la polizia mi tira per un braccio e cerca di riportarmi nell’altra stanza. gli altri ragazzi assomigliano a vittime lobomitizzate in vestiti di seconda mano, fischiano e urlano alla polizia – uno minento, dategli un minuto, uno mimento…un lieto fine: un anno fa ci baciammo per la prima volta di fronte alla polizia, nella pioggia della foresta tropicale con gli ambientalisti negli alberi e le guardie con grossi fucili. sentimmo il calore delle labbra del altro, delle parti di pelle, gli sbirri con le motoseghe che tagliavano alberi di almeno 1000 anni. ci baciammo e la pioggia bagnava le nostre facce.

sono forzata in un altra stanza e lui mi manda un messaggio:

ho avuto degli insetti nella mia testa
e cantavano il tuo nome. presto romperanno
il loro bozzolo e voleranno via.

milano
siamo obbligati a firmare un foglio che dice che abbiamo disturbato questo paese tranquillo e non ci è permesso tornare per cinque anni. dopo altra burocrazia, foto, fogli tutti i cittadini dell’inghilterra, america spagna, svezia e canada sono caricati su un autobus e portati all’aeroporto, qualcuno ironicamente canta: no borders, no nation stop deportation. all’aeroporto la polizia rimane per un pò in giro e poi riprende l’autobus e se ne va lasciandoci lì, dopo l’intenso controllo che abbiamo subito negli ultimi 4 giorni, senza sapere quello che dovevamo fare. per fortuna qualcuno viene in nostro soccorso. ci dicono che possiamo andare a dormire da loro e poi chiamare l’ambasciata la mattina seguente.
dopo aver circolato in giro ci perdiamo in un lungo viaggio in macchina fino all’alba con le donne, con un organizzazione di compagni che noi non conosciamo. davanti c’e’ l’americano che baccaglia di se stesso. si sente che è un americano della east coast si può dedurre ovunque nel mondo, d. e io parliamo e cerchiamo di ripercorrere tutto finché io non mi addormento mentre il sole sta sorgendo. finalmente arriviamo a un cancello che si apre di fronte a noi e io comincio ad impanicarmi. ci stanno riportando indietro. i grossi spazi dell’edificio mi dicono che è un ospedale. quindi ci ricovereranno, certo impazzimmo tutti, questo e’ tutto nelle nostre teste. scopriamo più tardi che questo è un ex ospedale psichiatrico. abbandonato e trasformato in un centro sociale con gli ex-pazienti che ci lavorano dentro. ci fanno vedere i letti e le docce. il giorno successivo i compagni si prendono cura di noi, ci danno cibo, spazzolini da denti e vestiti nuovi. portano d. all’ospedale dove impara i secreti della macchina a raggi x. il tecnico gli dice che dalla radiografia si può vedere se una persona è stata buona o cattiva- e tu, dice, sei stato molto cattivo. l’ambasciata ci presta i soldi per i biglietti del treno fino alla svizzera. il giorno successivo partiamo col treno. a berna d. scrive su un pezzo di cartone: deportato da genova, serve un posto dove dormire. finalmente troviamo reithalle, uno squat enorme con un bar, ritorante e tipografia. li persone sono incredibilmente gentili, noi ci rilassiamo, e loro fanno un corteo- il commissariato viene coperto di vernice rossa e tutte le strade sono rinominate carlo giuliani. noi non vogliamo partire ma dobbiamo. noi partiamo e arriviamo a casa, se è possibile solo arrivare a casa.

arrivederci alla prossima guerra
e adesso, ciò che accadde, diventano parole, solo parole, le nostre parole contro le loro. una storia. una buona storia. ma ovviamente ciò non è solo una storia ma di ciò che è successo il mio corpo ne è la prova. le prove erano lì sulla parte superiore del mio braccio, sulla mia coscia sinistra, sulla mia gamba destra. la legge può dire tutto e tutto può essere usato contro di me in un tribunale. genova è il luogo di nascita di cristoforo colombo. genova era la prima città a combattere i fascisti durante la seconda guerra mondiale. l’orrore diviene un vento fantasma di un movimento, di una cultura di cambiamento. l’orrore diventa il collegamento tra di noi, diventa l’inizio della separazione. dopo un paio di giorni dopo essere tornati in canada ricevo un e-mail da parte di un giornalista del “manifesto”, il giornale nazionale di sinistra italiano, che dice di aver trovato i miei 15 rullini nella scuola diaz. hanno pubblicato le nostre foto e scritto un articolo, cercando di ripercorrere le nostre tappe e cercando di capire chi potevamo essere. scrissero:

così anche voi siete giunti puntuali all’appuntamento, con i giovani di tutto il mondo. Siete solo due tra le migliaia, centinaia di migliaia di persone che formano il “popolo di Genova”…avete vagato per i Balcani e il Mediterraneo per trovarvi all’appuntamento con la Celere, i carabinieri, i manganelli. Forse ora siete in Canada, o forse siete ancora in un carcere italiano. Forse non leggerete mai queste parole. Ma se qualcuno ve le tradurrà, quando tornerete, o quando sarete liberi, venite a riprendervi le vostre foto e darci la vostra amicizia.

grazie
davut – ti devo il mio cuore e la mia testa; sandra e tutt* al reithalle, berna, svizzera; le mie compagne di cella: nicola, mina e morgan che sono state così solide; rossella and micheal e tutt* gli altri del puntorosso e i dottori di milano, il gsf, i cobas, il black bloc per aver messo su dei bei scontri, tea per la sua articolatezza, igor e sabina per averci aiutati ad attraversare la frontiera; il nostro amico guerrigliero: mardin brando dal kurdistan; mehmet da diyarbarkir; i giornalisti del manifesto; roberta, luca, simone, meri, mr blonde e tutt* gli altri del laurentinokkupato 38, roma; i ragazz* del villa squat a palermo, sicilia; wozzle per l’incoraggiamento e i mutui traumi, matta per i traumi multipli da parte della polizia; mark per la vecchia amicizia. la vecchia donna senza denti e il vecchio signore senza dita della romania; le persone ospitali di siria, grecia e turchia; i proprietari delle case abbandonate in tutta europa; ai miei genitori e naturalmente a tutt* i miei amici e le mie amiche.

contatti e letture
per informazioni, nomi di squat, o posti dove stare in italia, slovenia, romania, grecia, turchia e svizzera: mandatemi un e-mail – flagsandcrows@ziplip.com; per la lista degli squat a roma e in italia: http://www.tmcrew.org/csa/csa_en.htm; su traumi e storia: cathy caruth; sulla necessità della violenza per cambiamenti rilevanti: franz fanon – dannati della terra, ward churchill- pacifismo come patologia; scritti sul carcere: jean genet – il miracolo della rosa, il giornale del ladro, prigioniero d’amore; canti di prigione: johnny cash – murder; san quentin; teoria della globalizzazione come crollo dello spazio: paul virilio – la bomba dell’informazione, open sky; siti internet sul g8: http://www.indymedia.org; http://www.dyne.org/antig8

 

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